Gunnlöð

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Anders Zorn, Gunnlöd (1886).

Nella mitologia norrena, Gunnlöð o Gunnlöd ("schiuma della battaglia" in norreno) è una gigantessa, o principessa degli Jǫtnar. È la figlia del gigante Suttungr ed era stata posta a guardia della montagna Hnitbjǫrg dove era nascosto l'idromele della poesia, che rende poeta chi lo beve[1], trafugato da Odino.

Gunnlöð nella leggenda

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Edda in prosa

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La seconda parte dell'Edda in prosa di Snorri Sturluson descrive come Suttungr ottenne l'idromele, nel racconto di Bragi a Ægir:

(NON)

«“Þá er þetta spurði Suttungr, bróðurson Gillings, ferr hann til ok tók dvergana ok flytr á sæ út ok setr þá í flǿðarsker. Þeir biðja Suttung sér lífsgriða ok bjóða honum til sættar í fǫðurgjǫld mjǫðinn dýra, ok þat verðr at sætt með þeim. Flytr Suttungr mjǫðinn heim ok hirðir þar sem heita Hnitbjǫrg, setr þar til gæzlu dóttur sína Gunnlǫðu. Af þessu kǫllum vér skáldskap Kvasis blóð eða dverga drekku eða fylli eða nakkvars konar lǫg Óðrøris eða Boðnar eða Sónar eða farskost dverga, fyrir því at sá mjǫðr flutti þeim fjǫrlausn ór skerinu, eða Suttungamjǫð eða Hnitbjargalǫgr»”.»

(IT)

«“Quando però venne a conoscenza di questo Suttungr, nipote di Gillingr, si recò dai nani, li prese, li portò in mare e li mise su uno scoglio, che veniva sommerso dall'alta marea. Essi supplicarono Suttungr di risparmiar loro la vita e gli offrirono quale guidrigildo per lo zio il prezioso idromele e così fu pattuito fra loro. Suttungr portò l'idromele a casa, lo nascose in quel luogo chiamato Hnitbjǫrg e vi pose a guardia sua figlia Gunnlǫð. Da questo episodio noi chiamiamo l'arte scaldica «sangue di Kvasir», «bevanda» o «pasto dei nani», oppure con qualunque nome di liquido: «di Óðrørir», «di Boðn», «di Són», oppure «barca dei nani», poiché quell'idromele li salvò, illesi, dallo scoglio, o anche «idromele di Suttungr» o «acqua di Hnitbjǫrg»”.»

Il racconto prosegue con il furto dell'idromele della poesia da parte del dio Odino. Questi, sotto il nome di Bǫlverkr, sedusse Gunnlöð offrendole tre notti d'amore in cambio di tre sorsi del prezioso idromele; Odino invece bevve tutto l'idromele e scappò ad Ásgarðr dove offrì la preziosa bevanda agli altri dei:

(NON)

«Fór Bǫlverkr þar til, sem Gunnlǫð var, ok lá hjá henni þrjár nætr, ok þá lofaði hon honum at drekka af miðinum þrjá drykki. Í inum fyrsta drykk drakk hann allt ór Óðrøri, en í ǫðrum ór Boðn, í inum þriðja ór Són, ok hafði hann þá allan mjǫðinn. Þá brást hann í arnarham ok flaug sem ákafast.»

(IT)

«Bǫlverkr si recò ove si trovava Gunnlǫð e giacque con lei per tre notti e allora lei gli permise di bere tre sorsi dell'idromele. Solo col primo sorso egli vuotò Óðrørir, col secondo vuotò Boðni e col terzo Són e così finì tutto l'idromele. Prese quindi forma d'aquila e volò via più veloce che poté.»

Johannes Gehrts, Odino con Gunnlöd (1901).

Nel poema Hávamál dell'Edda poetica Odino viene in possesso dell'idromele in maniera leggermente diversa:

(NON)

«Gunnlǫð mér of gaf
gullnum stóli á
drykk ins dýra mjaðar;
ill iðgjǫld
lét ek hana eftir hafa
síns ins heila hugar,
síns ins svára sefa.»

(IT)

«Gunnlǫð mi diede
sul trono d'oro
da bere il prezioso idromele.
Un cattivo compenso
le diedi in cambio
per il suo cuore generoso,
per il suo spirito innamorato.»

Le ultime strofe sembrano indicare ancora più chiaramente che Gunnlǫð l'avesse aiutato volontariamente:

(NON)

«Ifi er mér á
at ek væra enn kominn
jǫtna gǫrðum ór,
ef ek Gunnlaðar né nytak,
innar góðu konu,
þeirar er lǫgðumk arm yfir.»

(IT)

«In me è il dubbio
che sarei ritornato
dalle fortezze degli jǫtnar,
se Gunnlǫð non mi avesse aiutato:
la brava donna
che cinsi con il braccio.»

  1. ^ Gunnlöð, su bifrost.it.

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