Battaglia di Ia Drang

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Battaglia di Ia Drang
parte della Guerra del Vietnam
Soldati della cavalleria aerea entrano in combattimento nella Valle di Ia Drang direttamente dagli elicotteri UH-1.
Data23 ottobre - 27 novembre 1965
LuogoValle di Ia Drang, provincia di Pleiku, Vietnam del Sud
Esitoentrambe le parti hanno rivendicato la vittoria
Schieramenti
Comandanti
Effettivi
oltre 7 000 uomini (tre reggimenti nordvietnamiti e un battaglione vietcong)[1]circa 10 000 soldati statunitensi (tre brigate) e 2 000 sudvietnamiti (brigata aviotrasportata)
Perdite
quasi 2 000 morti;
oltre 2 100 feriti[2]
305 morti;
oltre 400 feriti (perdite statunitensi)[3]; perdite sudvietnamite sconosciute
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La battaglia di Ia Drang (anche Operazione Silver Bayonet, e nella storiografia vietnamita conosciuta come Trận Ia Đrăng) fu una campagna operativa dello US Army nella guerra del Vietnam durata quasi un mese, iniziata con un attacco nordvietnamita il 19 ottobre 1965 nella provincia di Pleiku sugli Altipiani centrali del Vietnam del Sud.

Gli scontri terminarono, dopo alcune fasi particolarmente drammatiche e sanguinose (battaglie della Landing Zone X-Ray e della Landing Zone Albany), con il successo tattico americano e la ritirata delle forze nordvietnamite che subirono dure perdite; la battaglia dimostrò l'efficacia delle nuove tecniche di combattimento adottate dalla 1ª Divisione di Cavalleria aerea, basate principalmente sulla straordinaria mobilità aerea fornita dall'impiego in massa degli elicotteri, e l'utilità della cooperazione tattica fornita dalle potenti forze aeree americane; tuttavia gli scontri evidenziarono anche le capacità e il coraggio delle forze regolari nordvietnamite, in grado di sferrare attacchi a sorpresa e di impegnare a distanza ravvicinata le truppe nemiche, infliggendo notevoli perdite.[4] È considerata la prima battaglia campale della guerra del Vietnam tra l'Esercito statunitense e l'Esercito Popolare vietnamita, combattuta da unità militari di grandi dimensioni.

Situazione strategica in Vietnam

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Il 28 luglio 1965, il presidente Johnson aveva comunicato finalmente alla Nazione con un discorso televisivo la sua decisione di approvare i piani del generale Westmoreland (comandante in capo del MACV) e le sue ingenti richieste di truppe da combattimento e di mezzi bellici per impedire il crollo del Vietnam del Sud e raggiungere la vittoria politico-militare nell'area indocinese frenando l'espansionismo comunista.[5]

La cavalleria aerea in Vietnam

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Mappa del Vietnam del Sud in cui è evidenziata l'area in cui venne combattuta la dura battaglia di Ia Drang.

La sofferta decisione del presidente consentì quindi a Westmoreland e ai comandi americani di iniziare la pianificata escalation della forza militare statunitense in Vietnam; nella stessa circostanza del 28 luglio il presidente Johnson diede anche notizia della sua decisione di inviare immediatamente in Vietnam la più nuova e tecnologica divisione dell'Esercito americano, appositamente creata e addestrata per l'impiego in guerre contro-insurrezionali contro nemici elusivi e in territori impervi e di difficile accesso: si trattava della appena creata 1ª Divisione di Cavalleria aerea (1st Cavalry Division, airmobile), costituita a Fort Benning sulla base della 11ª Divisione (sperimentale) di assalto aereo, e ridenominata in questo modo con l'assegnazione del nome e delle insegne della prestigiosa cavalleria americana.[6]

La divisione, equipaggiata con oltre 400 elicotteri[7] (principalmente del tipo UH-1 "Huey"), disponeva teoricamente della mobilità e della potenza di fuoco (fornita anche dall'artiglieria campale trasportata da elicotteri pesanti CH-47 Chinook) per agganciare e sorprendere un nemico non convenzionale, mantenendo il contatto con l'avversario, impedendogli di sfuggire nel territorio e guadagnando un decisivo vantaggio (grazie alle agili manovre elitrasportate) di velocità e di facilità negli spostamenti non più ancorati alla disponibilità di adeguate vie di comunicazione terrestre.[8]

Il nemico avrebbe potuto essere sorpreso dalla improvvisa calata dal cielo della cavalleria aerea trasportata dagli elicotteri e non avrebbe potuto evitare il combattimento diretto. Inoltre altri elicotteri armati pesantemente con cannoni e razzi avrebbero fornito un immediato e micidiale supporto di fuoco per gli uomini della cavalleria aerea entrati in azione. La disponibilità degli elicotteri avrebbe inoltre permesso il rapido afflusso dei rinforzi direttamente sul campo di battaglia e la pronta evacuazione dei feriti mediante altri mezzi ad ala rotante appositamente equipaggiati per il soccorso medico.[9]

Alla prova dei fatti sul terreno, emersero deficienze del metodo accuratamente studiato dagli strateghi americani: in primo luogo la vulnerabilità degli elicotteri al fuoco terrestre anche di armi leggere; quindi la necessità di trovare adeguate aree di atterraggio degli elicotteri; e inoltre la tendenza degli uomini a rimanere vicino ai mezzi di trasporto aereo per timore di essere tagliati fuori dal nemico, ancorando le operazioni sempre intorno alle cosiddette Landing Zone (zona di atterraggio), che diventavano quindi aree decisive da difendere a tutti i costi anche per permettere l'afflusso in elicottero dei rinforzi della cavalleria aerea[10].

In concreto, una volta discesi dagli elicotteri, i soldati americani si sarebbero spesso trovati attaccati e sorpresi dal nemico, già posizionato e in attesa intorno alle radure più adatte ad uno sbarco elitrasportato, e costretti a combattere principalmente in difesa delle aree di atterraggio, nonostante l'apparente vantaggio iniziale fornito dalla mobilità e dalla potenza di fuoco disponibile.[11]

La decisione del presidente Johnson di approvare i piani del generale Westmoreland e di impegnare direttamente in combattimento le forze americane derivava fondamentalmente dal progressivo e apparentemente irreversibile peggioramento della situazione sul campo in Vietnam. Il continuo rafforzamento dei vietcong e la comparsa anche dei primi contingenti regolari nordvietnamiti infiltrati a sud avevano provocato un crollo della resistenza dell'esercito sudvietnamita, i cui migliori reparti avevano subito gravi sconfitte, rendendo inevitabile quindi un soccorso diretto delle truppe statunitensi per evitare la caduta del governo filo-americano e una vittoria in tempi brevi del Fronte di Liberazione Nazionale[12].

Il territorio del Vietnam del Sud era stato suddiviso fin dall'inizio dell'insurrezione vietcong alla fine degli anni 1950, dal punto di vista amministrativo e operativo, in quattro aree principali: il I Corpo a nord, subito a ridosso della DMZ (la Zona Smilitarizzata sul 17º parallelo) al confine con il Vietnam del Nord, il II Corpo la cui area era rappresentata dagli altipiani centrali del Sud Vietnam fino alla costa, il III Corpo costituito dalle aree pianeggianti attorno a Saigon e infine il IV Corpo all'estremo sud, costituito dalle aree pluviali del Delta del Mekong.[13]

La cavalleria aerea in azione nel tipico ambiente, caratterizzato da erba alta e boscaglia, del Vietnam centrale.

Nei primi mesi dell'intervento diretto americano giunsero soprattutto reparti dei Marines per rafforzare le difese del I Corpo, e contingenti di paracadutisti della 173ª Brigata aviotrasportata e della 1ª brigata della 101ª Divisione aviotrasportata, schierati rispettivamente nell'area della capitale Saigon e nelle regioni centrali del Vietnam del Sud.[13]

In questa fase non erano ancora presenti comandi di unità americane a livello divisione; almeno inizialmente, le grandi unità statunitensi vennero distribuite prevalentemente in zone vicine alle principali basi portuali che costituivano i soli punti d'accesso al Vietnam per i reparti che arrivavano dagli Stati Uniti: Đà Nẵng e Saigon, mentre successivamente vennero allestite numerose altre basi per l'accesso al paese, sia via mare che aerea, e venne organizzato un enorme apparato logistico per supportare le sempre crescenti forze americane in arrivo.[14]

Venne inoltre costituita una prima struttura di comando con l'organizzazione della III Marine Amphibious Force a nord (I Corpo), al comando del tenente generale Lewis Walt, per coordinare l'impiego delle crescenti forze dei Marines in arrivo nell'area; e della Field Force, Vietnam (inizialmente denominata Task Force Alpha), al comando del tenente generale Stanley Larsen, per dirigere tutte le forze dell'Esercito americano già schierate o di cui era previsto l'afflusso nelle altre regioni militari del Vietnam del Sud.

Proprio la 1ª Divisione Cavalleria aerea (appena costituita, estremamente innovativa, ma mai provata sul campo) fu quindi la prima divisione organica ad essere inviata integralmente in Vietnam a partire dall'agosto 1965, e schierata nel territorio del II Corpo, per entrare in azione nell'area centrale del Vietnam del Sud insieme agli aviotrasportati della 101ª Divisione, in previsione di una possibile offensiva delle forze comuniste (con il concorso di reparti regolari nordvietnamiti di cui era stata accertata la presenza negli altipiani centrali) in quell'area con l'obiettivo di dividere in due parti il paese con un'avanzata in direzione dell'area costiera.[15]

Il campo delle Forze Speciali di Pleime, che fu attaccato il 19 ottobre 1965 dalle truppe nordvietnamite.

I servizi di informazione americani avevano chiaramente evidenziato i segni di un'attività preparatoria da parte delle forze nordvietnamite per sferrare un'offensiva in forze allo scopo di "tagliare il paese in due" dividendo le forze statunitensi presenti a ridosso della Zona Smilitarizzata da quelle presenti più a sud vicino a Saigon, attraverso l'occupazione di vaste aree degli altipiani centrali[16]. Alla 1ª Divisione di Cavalleria Aerea venne assegnata in particolare la zona di operazioni costituita dalle province di Binh Dinh, Kontum e Pleiku nell'area del II Corpo: lo scopo era appunto quello di impedire che il paese venisse diviso in due dalle forze nordvietnamite.
La base principale della divisione venne organizzata ad An Khe presso il cosiddetto Camp Radcliffe, in posizione centrale tra le province di Pleiku e di Binh Dinh.[17]

Sembra, peraltro, che la dirigenza politico-militare nordvietnamita, di fronte al massiccio concentramento di forze da combattimento americane nella regione centrale del Vietnam del Sud, decidesse ben presto di sospendere gli ambiziosi e irrealistici piani di offensiva generale inizialmente previsti e preferisse invece organizzare puntate aggressive con alcuni esperti reggimenti regolari dell'esercito, nell'area degli altipiani centrali, allo scopo di provocare un intervento delle truppe americane e quindi affrontare un primo confronto diretto con il nuovo e pericoloso avversario, sondarne le capacità, i mezzi tecnologici e le nuove modalità operative di guerra mobile con elicotteri e, di conseguenza, studiare tattiche adeguate per affrontarlo e possibilmente sconfiggerlo.[18]

Quindi, già il 19 ottobre 1965, il campo delle forze speciali di Pleime, a venticinque miglia a sud-ovest di Pleiku, venne attaccato da forze nordvietnamite (elementi del 33º reggimento): il campo riuscì a resistere anche grazie all'immediato rinforzo via terra di reparti sudvietnamiti (ranger guidati dal maggiore americano Charles Beckwith) ed all'intervento degli elicotteri armati del 1º squadrone del 9º reggimento cavalleria aerea, subito fatto intervenire dal comando centrale del MACV, oltre che dell'aviazione americana. I nordvietnamiti, di fronte alla potenza di fuoco del nemico, abbandonarono rapidamente l'attacco e si ritirarono verso sud-ovest; nel pomeriggio del 23 novembre colsero di sorpresa una colonna sudvietnamita inviata di rinforzo al campo di Pleime (che venne disimpegnata da un nuovo intervento della cavalleria aerea americana), prima di ripiegare verso il confine cambogiano al riparo delle pendici del monte Chu Pong.

«La nuova strategia prevedeva di stanare la tigre dalle montagne...Non volevamo liberare la regione, solo distruggere unità nemiche»

I primi scontri

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Come risposta all'attacco nordvietnamita al campo di Pleime e al precedente - luglio-agosto 1965 - assedio al campo delle forze speciali sudvietnamite di Duc Co da parte del 320º reggimento nordvietnamita[20], il 23 ottobre il generale Westmoreland, comandante del MACV (il comando combinato costituito per dirigere le forze statunitensi impegnate in Vietnam) ordinò alla 1ª Divisione Cavalleria aerea (al comando del maggior generale Harry Kinnard) di intervenire in forze per una prima grande operazione di "Ricerca e distruzione" (Search and Destroy) nella valle del fiume Ia Drang, a sud-ovest di Pleime, per affrontare e schiacciare i reparti nordvietnamiti presenti nell'area. Si trattava dei reggimenti 320º, 33º e 66º dell'esercito regolare del Vietnam del Nord, appena giunti negli altipiani centrali dopo estenuanti marce a piedi di molte settimane lungo il Sentiero di Ho Chi Minh, e del battaglione H15 Vietcong[21].

Erano i reparti che avevano attaccato Pleime e Duc Co, e numericamente rappresentavano l'equivalente di una divisione: in caso di confronto diretto, sarebbe stata la prima volta in cui l'Esercito statunitense avrebbe combattuto contro grandi reparti regolari dell'esercito nemico, in Vietnam. L'offensiva della cavalleria aerea sarebbe stata denominata in codice Operazione "Silver Bayonet".

Soldati della cavalleria aerea durante la battaglia di Ia Drang.

Immediatamente venne quindi dispiegato a Pleiku, presso il Camp Holloway, l'intero 1º squadrone del 9º reggimento cavalleria (il reparto esplorante e da combattimento della 1ª Divisione cavalleria aerea) comandato dal tenente colonnello John B. Stockton che diede inizio a pattugliamenti aerei per trovare il nemico, in aggiunta agli altri reparti della 1ª Brigata inviati per impegnare il nemico e distruggerlo[22].
Già il 1º novembre il 1º squadrone del 9º reggimento individuò alcuni reparti nemici e occupò l'ospedale da campo del 33º reggimento nemico; i nordvietnamiti contrattaccarono subito e gli scontri continuarono per ore fino all'intervento risolutivo del 2º battaglione del 12º cavalleria aerea; gli americani ebbero 11 morti e 51 feriti, mentre le perdite nemiche furono stimate in 78 morti, 57 soldati vennero catturati[23].

Nei giorni successivi gli uomini del tenente colonnello Stockton, dopo essersi trasferiti a Duc Co, incrementarono le loro aggressive puntate in territorio nemico ed effettuarono con successo diverse imboscate ai danni dei nordvietnamiti (compresa la prima imboscata con sbarco notturno da elicotteri dei soldati dello squadrone, rinforzati con una compagnia del 1º battaglione dell'8º reggimento cavalleria, nella Landing Zone Mary)[24]. Fra il 3 ed il 4 novembre ci furono 4 morti e 25 feriti statunitensi contro i 150 morti nordvietnamiti accertati durante l'imboscata notturna alla Landing Zone Mary. Durante questi improvvisi scontri il 33º reggimento nordvietnamita subì grosse perdite e la cavalleria americana diede una notevole dimostrazione delle sue capacità di intervento rapido e efficace, cogliendo di sorpresa il nemico.

Il 9 novembre il comando della 1ª Divisione Cavalleria aerea decise di rilevare la 1ª Brigata, impegnando al suo posto la 3ª Brigata (posto di comando a Catecka, a ovest di An Khe) comandata dal colonnello Thomas Brown, costituita dal 1º battaglione del 7º reggimento cavalleria aerea (il vecchio reggimento del generale Custer), dal 2º battaglione/7º reggimento e dal 2º battaglione/5º reggimento[25]. Assieme ai reparti della 1ª Brigata, avrebbe lasciato Pleiku anche il 1º squadrone/9º reggimento, il reparto che aveva agganciato il nemico e combattuto le azioni nei giorni precedenti: per le successive operazioni, la 3ª Brigata non avrebbe quindi avuto il supporto del reparto da ricognizione e combattimento divisionale, con la prospettiva quindi, di continuare la campagna con elementi da ricognizione indeboliti e quindi con il rischio di essere sorpreso da improvvisi attacchi sferrati dal pericoloso e esperto nemico.

La battaglia della cavalleria aerea a X-Ray

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Situazione del perimetro difensivo del 1º battaglione 7º Reggimento Cavalleria nella notte tra il 14 ed il 15 novembre 1965 alla Landing Zone X-Ray.

Dopo alcune infruttuose missioni di ricerca del nemico a est e a sud-est del campo di Pleime, il colonnello Brown (comandante della 3ª brigata) decise finalmente, sollecitato anche dal vice comandante della divisione generale di brigata Richard Knowles[26], di impegnare il suo reparto migliore e meglio addestrato, il 1º battaglione del 7º reggimento cavalleria aerea, al comando dell'energico tenente colonnello Harold Moore[27], in un'incursione audace in profondità a ovest del campo delle forze speciali per penetrare il 14 novembre nella quasi inaccessibile e ostile valle di Ia Drang per una nuova operazione di "ricerca e distruzione" del nemico sfuggito dopo l'infruttuoso attacco a Pleime e gli scontri sostenuti nei giorni precedenti[28].

Giunti nella impervia regione del fiume Ia Drang, i 495 uomini del battaglione si sarebbero trovati improvvisamente attaccati e costretti a combattere una disperata battaglia difensiva da quasi 2 000 soldati delle forze regolari nordvietnamite che discendevano nella valle dalle loro sicure posizioni sullo scosceso monte Chu Pong[29].

Le compagnie del battaglione vennero trasportate con soli 16 elicotteri UH-1 Iroquois (appartenenti alla compagnia Alpha del 229º battaglione elicotteri d'assalto guidato dal maggiore Bruce Crandall[30]), quantità indubbiamente insufficiente che costrinse il comando americano a schierare a scaglioni la cavalleria aerea e quindi a effettuare ripetute missioni di trasporto tra Pleiku e la zona di atterraggio (Landing Zone) individuata e scelta dal colonnello Moore dopo numerose perlustrazioni aeree nella valle, con il rischio di esporre i primi gruppi atterrati a improvvisi attacchi di forze soverchianti, e privando la cavalleria aerea del vantaggio della sorpresa e della schiacciante superiorità di uomini e mezzi sul luogo dell'azione, prevista in teoria[31].

Cavalleria dell'aria discende da un elicottero UH-1 Iroquois pronta ad entrare in combattimento.

I primi soldati a sbarcare nel mattino (ore 10.45) del 14 novembre 1965 alla Landing Zone X-Ray (denominazione in codice della radura ai piedi del Chu Pong scelta dal tenente colonnello Moore) furono i componenti della compagnia Bravo (comandata dal capitano John Herren) guidati personalmente da Moore e i suoi ufficiali; non venne trovata alcuna opposizione e Moore opportunamente dispiegò la compagnia ai margini della radura in modo da ampliare la zona di schieramento e mettere in sicurezza la Landing Zone[32].
Moore venne inoltre allertato sulla pericolosità della sua posizione e sulla minacciosa presenza di numerose unità nordvietnamite pronte ad attaccare dal Chu Pong, dalle notizie fornite da un soldato nordvietnamita disertore catturato nelle vicinanze[33]. I nordvietnamiti avevano pronti almeno tre battaglioni e gli americani rischiavano di essere travolti in mancanza di un rapido rafforzamento della compagnia atterrata a X-Ray. Si trattava dei tre battaglioni (7º, 8º e 9º) del 66º reggimento nordvietnamita (appartenente alla famosa 304ª Divisione che si era già distinta a Dien Bien Phu) che i generali Chu Huy Man (comandante in capo del settore degli altipiani) e Nguyễn Hữu An (alla guida diretta dei reparti sul campo) stavano per scagliare in massa dalle pendici del Chu Pong contro la radura della cavalleria aerea; a circa otto ore di marcia c'era inoltre il debole battaglione vietcong H15, mentre sul confine cambogiano (ma a nord del fiume Ia Drang) era in marcia un altro reggimento nordvietnamita (il 320º, che aveva assediato per due mesi la base di Duc Co)[34].

Un reparto vietcong impegnato in una riunione di critica e autocritica, durante una pausa dei combattimenti.

La battaglia ebbe inizio improvvisamente alle 12:45 tra i soldati del capitano Herren, che si erano portati ai margini di X-Ray (nel punto dove iniziava la giungla) per ampliarne il perimetro e anticipare le mosse del nemico, e le grandi masse di fanteria nordvietnamita che, discese dal Chu Poing, sferrarono subito un attacco frontale contro la cavalleria aerea[35]. Gli scontri raggiunsero subito la massima violenza; si scatenarono violenti combattimenti a distanza ravvicinata con l'impiego solo delle armi automatiche leggere in cui i nordvietnamiti poterono sfruttare la devastante potenza dei loro fucili d'assalto AK47[36]; i soldati americani si batterono bene e inflissero grosse perdite, ma ben presto furono messi in difficoltà dall'aggressività e dalla superiorità numerica del nemico[37].

Inoltre un plotone (al comando del tenente Herrick) della compagnia Bravo rimase isolato in cima a una cresta rocciosa al di fuori del perimetro, dopo aver inseguito incautamente un reparto nordvietnamita apparentemente in fuga; il plotone venne rapidamente circondato e dovette battersi disperatamente per quasi due giorni per evitare la completa distruzione[38].

Nel frattempo il tenente colonnello Moore organizzò la difesa di X-Ray facendo ripiegare la compagnia Bravo, che si era battuta coraggiosamente, e schierando le due nuove compagnie in arrivo a scaglioni con gli elicotteri per rafforzare le difese del perimetro. Quindi la compagnia Alpha (capitano Ramon Nadal) e la compagnia Charlie (capitano Robert Edwards) si posizionarono ai lati della Bravo, sfruttando la copertura fornita dal letto di un torrente in secca e costituendo un'efficace linea difensiva in grado di contrastare le ondate di fanteria nordvietnamita; una manovra di aggiramento del nemico venne individuata e respinta dal fuoco degli americani; le forze nemiche vennero decimate e dovettero ripiegare[39].

Il tenente colonnello Moore contava, per sostenere la difesa di X-Ray e infliggere dure perdite al nemico, oltre che sui suoi cavalleggeri dell'aria, sul sostegno di potenza di fuoco fornito dall'artiglieria della brigata (due e quindi quattro batterie di obici da 105 mm posizionate alle Landing Zone Victor e Falcon, a est di X-Ray), dagli elicotteri "cannoniera" (armati con cannoni e razzi) e soprattutto dall'aviazione americana che durante la battaglia avrebbe moltiplicato gli interventi con missioni tattiche e anche con pesanti incursioni "Arc Light" dei bombardieri B-52 contro le retrovie nemiche sul Chu Pong[40].

Gli scontri proseguirono durante tutto il 14 novembre; il tenente colonnello Moore tentò di disimpegnare il plotone circondato del tenente Herrick con un contrattacco delle compagnie Alpha e Bravo, ma la resistenza nordvietnamita bloccò quasi subito il tentativo; le unità americane furono contrattaccate e solo con gravi difficoltà, pesanti perdite e notevoli atti di valore i cavalleggeri americani ripiegarono sul perimetro[41].

La situazione a X-Ray rimaneva critica, gli attacchi nemici erano stati pesanti e nonostante le gravi perdite subite i nordvietnamiti stavano rafforzandosi per continuare il combattimento; Moore riorganizzò le difese della Landing Zone per la notte, agevolato anche dall'arrivo in elicottero prima della compagnia Delta (capitano Roy Lefebvre), che peraltro venne subito impegnata in un settore scoperto e subì a sua volta notevoli perdite, e della compagnia Bravo del 2º battaglione /7º reggimento (capitano Diduryk) inviata dal colonnello Brown per aiutare le provate truppe del 1º battaglione[42].

Combattimenti del 15-16 novembre e ritirata nordvietnamita

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Soldati nordvietnamiti durante le estenuanti marce a piedi per raggiungere il settore dei combattimenti.

Nel primo mattino del 15 novembre i nordvietnamiti ripartirono all'attacco impiegando il 7º battaglione del 66º reggimento; durante la notte il reparto era avanzato di nascosto nell'erba alta per posizionarsi nel lato sud del perimetro difeso dalla compagnia Charlie; contemporaneamente Moore aveva progettato una ricognizione all'alba di tutte le compagnie per prevenire sorprese, ma l'attacco nordvietnamita colpì in pieno la compagnia del capitano Edwards, costringendola rapidamente a una disperata ritirata sotto il fuoco del nemico, che si lanciò all'inseguimento nell'erba per travolgere le difese americane[41].

La compagnia Charlie si trovò in grave difficoltà sottoposta a continui attacchi nordvietnamiti, lo stesso comandante Edwards venne ferito, gli ufficiali e quasi tutti i sottufficiali erano morti o feriti, le perdite elevatissime[43]. L'attacco nemico si estese durante il giorno su tutto il perimetro; anche la compagnia Delta subì una violenta pressione e il tenente colonnello Moore dovette improvvisare il rafforzamento dei settori in pericolo impegnando le sue riserve e richiedere un potenziamento del sostegno di fuoco dell'artiglieria e degli aerei lanciando fumogeni indicatori sui margini del perimetro stesso a rischio di provocare perdite per fuoco amico[44].

L'intervento del plotone ricognitori e della compagnia del capitano Diduryk riuscì infine a stabilizzare la situazione nel settore sud-est del perimetro; i bombardamenti e il fuoco d'artiglieria (oltre 300 missioni aeree vennero lanciate contro il nemico e furono sparati quasi 4 000 colpi di artiglieria[45]) inflissero pesanti perdite agli attaccanti costringendoli a desistere; la stessa compagnia Charlie pur decimata (erano rimasti in combattimento non più di quaranta soldati degli oltre cento effettivi alla compagnia[45]) continuò a battersi coraggiosamente contro le ondate di fanteria nordvietnamita. Il perimetro di X-Ray aveva ormai superato il momento più critico ed erano in arrivo via terra nuovi rinforzi della cavalleria aerea[46].

Tra la fine del giorno 15 e la mattina del 16 novembre arrivarono finalmente il resto del 2º battaglione/7º reggimento ed il 2º Battaglione del 5º Cavalleria (quest'ultimo marciò a piedi dalla Landing Zone Victor, posta a sud est di X-Ray, incontrando resistenza durante il percorso; solo una parte delle sue compagnie arrivò quando lo scontro era quasi terminato e i vietnamiti si stavano ormai ritirando).

Marcia di avvicinamento a LZ X-Ray da parte del 2º Btg. 5º Rgt. Cavalleria.

Inoltre, sempre il 15 novembre iniziarono i massicci bombardamenti dei B-52 sul Chu Pong che devastarono le retrovie nemiche per sei interi giorni[47], mentre nel pomeriggio il tenente colonnello Moore, con l'aiuto dei reparti freschi del 2º/5º reggimento (guidato dal tenente colonnello Robert Tully) poté finalmente organizzare il salvataggio del plotone del tenente Herrick ancora isolato e ormai ridotto a pochissimi uomini guidati dal capace sergente Savage, dopo il ferimento del tenente. Un attacco coordinato di tre compagnie (la Bravo del capitano Herren e le due del 5º reggimento - Alpha del capitano Bennett e Charlie del capitano Boyt) permise di raggiungere, nonostante il pericoloso fuoco dei cecchini nordivetnamiti, i sopravvissuti (sette uomini illesi su un organico iniziale di 27 soldati[48]) che si erano battuti disperatamente per due giorni respingendo continui attacchi nemici, grazie anche ad un efficace fuoco di sbarramento dell'artiglieria americana coordinata via radio[49].

La cavalleria aerea (7º cavalleggeri) entra in azione direttamente dagli elicotteri.

Nonostante le forti perdite i comandanti nordvietnamiti fecero ancora un ultimo tentativo offensivo per spezzare il perimetro americano a X-Ray, ormai molto rafforzato dalle compagnie in arrivo del 2º/7º e del 2º/5º; nel primo mattino del 16 novembre due compagnie fresche sferrarono un ultimo attacco contro il lato meridionale della Landing Zone, ma il settore, in precedenza difeso dalla decimata compagnia Charlie, ora era stato rinforzato dal tenente colonnello Moore con la compagnia del capitano Diduryk appartenente al 2º battaglione/7º reggimento[50]. Quindi l'attacco venne questa volta facilmente respinto e il nemico subì nuove perdite. Alle ore 6:50 gli americani scatenarono il cosiddetto "minuto pazzo" (un fuoco generale, improvviso e coordinato nei tempi da parte di tutta l'artiglieria disponibile e degli elicotteri) per infliggere il colpo di grazia ai nordvietnamiti e provocarne il cedimento finale[51].

Nel primo pomeriggio del 16 novembre le truppe nordvietnamite diedero finalmente inizio alla ritirata di fronte all'ormai evidente impossibilità di ottenere una grande vittoria sugli americani distruggendo completamente il reparto inizialmente schierato (il 1º battaglione /7º reggimento) ed a causa delle gravi perdite subite; il terreno intorno a X-Ray era disseminato di corpi di soldati nordivetnamiti[52].

Durante il pomeriggio del 16 novembre, dopo la fine degli scontri, gli americani rimasti padroni del campo di battaglia poterono evacuare i loro feriti e valutare direttamente le perdite inflitte e subite nei tre giorni di furiosa battaglia. Gli uomini del tenente colonnello Moore (che aveva valorosamente guidato i suoi uomini sul campo) avevano ottenuto la vittoria finale, ma avevano a loro volta subito dure perdite e avevano trascorso momenti drammatici di fronte agli incessanti e coraggiosi attacchi nordvietnamiti; le loro perdite furono di 79 soldati uccisi e 121 feriti[46]; le perdite dei nordvietnamiti stimate sul campo di battaglia dai comandi americani furono apparentemente molto più pesanti, in ragione soprattutto della potenza di fuoco aereo dispiegata: 634 morti e 1 215 feriti[53].

Questa prima, grande battaglia fra reparti regolari nordvietnamiti e americani ha ispirato un libro scritto dallo stesso colonnello Harold Moore assieme a Joseph Galloway (uno dei pochi reporter presenti durante la battaglia), intitolato We were soldiers once and young (opera tradotta in italiano con il titolo "Eravamo giovani in Vietnam") che si sofferma in particolare sugli avvenimenti vissuti in quella occasione dal 1º/7º Cavalleria. Dal libro e sulla vicenda è stato tratto anche un film del 2002, We Were Soldiers - Fino all'ultimo uomo, con Mel Gibson, dalla buona riuscita spettacolare anche se non privo di eccessi nazionalistici e di variazioni artistiche rispetto al testo originale.

Il sanguinoso scontro finale ad Albany

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Lo stesso argomento in dettaglio: Battaglia della Landing Zone Albany.

In realtà, la battaglia era tutt'altro che finita: lo scontro sarebbe ben presto continuato in un altro punto della valle di Ia Drang e in modo ancora più drammatico e sanguinoso per gli americani. Il 1º battaglione del 7º reggimento cavalleria (molto indebolito dalle perdite e dalla durezza degli scontri) era stato prontamente ritirato da X-Ray per mezzo degli elicotteri; al suo battaglione gemello (il 2º del 7º reggimento) venne invece ordinato di abbandonare la Landing Zone e di ritirarsi a piedi per raggiungere marciando la Landing Zone Albany (a nord est di X-Ray); al 2º battaglione/5º reggimento, che nel frattempo aveva ricevuto il resto delle sue compagnie, venne ordinato di raggiungere, sempre marciando, la Landing Zone Columbus ad est (area, assieme a Landing Zone Victor più a sud est, dalla quale l'artiglieria aveva precedentemente appoggiato il 1º/7º, come anche dalla vicina Landing Zone Falcon).[54].

La pianificazione prevedeva che entrambi i battaglioni marciassero verso est insieme; poi il 2º battaglione/7º reggimento avrebbe deviato a nord verso Albany mentre il 2º battaglione/5º reggimento avrebbe proseguito ad est per Columbus. Questo sorprendente movimento a piedi della cavalleria aerea (in teoria dotata di oltre 400 elicotteri), per raggiungere attraverso un territorio sconosciuto e ostile Albany, presentava grossi rischi che evidentemente vennero sottovalutati dal comando americano convinto di aver ormai schiacciato la resistenza del nemico dopo le dure perdite inflittegli a X-Ray.[55]

In realtà, invece, i generali nordvietnamiti Man e An non avevano ancora deciso di abbandonare la lotta; al contrario, con l'aiuto di reparti freschi e dopo aver individuato dalle cime del monte Chu Pong il movimento a piedi degli americani, contavano di prendersi la rivincita organizzando un mortale agguato per infliggere il massimo delle perdite alla cavalleria aerea, colta di sorpresa e senza l'appoggio degli elicotteri.[56]

Quando alle ore 13:00 del 17 novembre il 2º battaglione /7º reggimento (al comando del tenente colonnello Robert McDade), sfiancato dalla disagevole marcia a piedi e allungato per 500 metri lungo la pista in un territorio inospitale caratterizzato da boscaglia ed erba alta, fu in prossimità della Landing Zone Albany, avvenne la micidiale imboscata nordvietnamita effettuata dall'unità più fresca a disposizione del generale Nguyen Huu An: l'8º battaglione del 66º reggimento, a cui si erano prontamente aggregati i superstiti della battaglia alla Landing Zone X-Ray del 33º reggimento.[57]

Si sviluppò un violentissimo scontro a distanza ravvicinata in mezzo all'erba alta, che rapidamente degenerò in una confusa mischia in cui i nordvietnamiti poterono sfruttare la loro potenza di fuoco di armi leggere e frammentare a gruppi la colonna nemica. Le unità avversarie si frammischiarono e i singoli gruppi americani, colti di sorpresa, furono disgregati e spesso distrutti dalla fanteria nemica che attaccava da più direzioni, mentre la confusa situazione tattica non consentì inizialmente di appoggiare con tiri d'artiglieria o missioni aeree i soldati statunitensi, come invece era stato possibile nei giorni precedenti nella Landing Zone X-Ray[58]

Durante i drammatici scontri corpo a corpo, in cui i soldati nordvietnamiti misero in mostra grande coraggio e aggressività, eguagliati dalla solida resistenza dei soldati superstiti della cavalleria americana, entrambe le parti subirono perdite altissime. In particolare, la compagnia Delta venne decimata, mentre la compagnia Charlie venne accerchiata e praticamente distrutta (ebbe 45 morti e 50 feriti su un totale di 112 effettivi).[59]

Solo grazie all'intervento in elicottero ad Albany di alcuni reparti di rinforzo della cavalleria aerea e, soprattutto, ai massicci bombardamenti finalmente effettuati dall'aviazione americana, che saturò con il napalm tutta l'area e inflisse pesanti perdite ai soldati nordvietnamiti, la situazione venne salvata e i sopravvissuti del 2º battaglione poterono resistere durante la notte del 17 novembre in pochi precari capisaldi.[60]

Soldati nordvietnamiti all'attacco; queste truppe, disciplinate e combattive, misero in seria difficoltà la cavalleria aerea.

Nella furiosa battaglia, che durò 12 ore tra il 17 e il 18 novembre, perirono 151 americani, altri 121 rimasero feriti e 4 furono i dispersi[61], mentre da parte nordvietnamita vi furono 403 morti e 150 feriti (stima statunitense[62]). I soldati del 2º/7º reggimento scampati al massacro furono fortunosamente evacuati con gli elicotteri da Albany il 19 novembre, mentre dei 4 dispersi furono recuperati i corpi solo nell'aprile 1966.

La cruenta battaglia nella Landing Zone Albany rimane lo scontro singolo più sanguinoso dell'intera guerra del Vietnam e il giorno con il maggior numero di perdite per un reparto organico dell'Esercito americano durante il conflitto indocinese.[63]

Solo negli ultimi cinque giorni di scontri nella valle dello Ia Drang (dal 14 al 18 novembre 1965), 234 americani erano morti e 242 feriti[64]; erano perdite dolorose e impreviste per la dirigenza politico-militare statunitense.[65]

Fu uno scontro storico in quanto, per la prima volta, le due parti si erano affrontate in campo aperto con grandi unità combattenti e avevano messo in mostra le proprie tattiche, i propri punti di forza e di debolezza, e le capacità dei loro soldati. La durezza degli scontri e la rilevanza delle perdite prefigurarono l'andamento futuro della guerra e i suoi costi economici e umani, ed evidenziarono subito che, nonostante l'apparentemente schiacciante superiorità americana, il nemico nordvietnamita era combattivo, per nulla scoraggiato e in grado di fronteggiare efficacemente le tattiche delle forze statunitensi.[66]

Nei giorni successivi, la 3ª brigata (molto provata dalle perdite) venne sostituita dalla 2ª brigata (colonnello William R. Lynch) che proseguì le operazioni nell'area fino al 27 novembre, infliggendo altre perdite ai nordvietnamiti del 320º reggimento, sorpresi il 20 novembre in ripiegamento a nord dello Ia Drang, durante uno scontro a cui parteciparono anche due battaglioni della brigata aviotrasportata sudvietnamita[67].

I "pezzi grossi", infatti, temevano che le forze americane, nell'inseguire i nemici, potessero avventurarsi troppo vicino al confine cambogiano e allora inclusero nella campagna anche la brigata aviotrasportata sudvietnamita per impedire che i reggimenti nordivietnamiti, sconfitti nella valle dello Ia Drang, tornassero a rifugiarsi in Cambogia. In quest'occasione il generale Dong, comandante dell'Aviotrasportata sudvietnamita, affidò il comando di una task force di circa duemila uomini al colonnello Ngo Quang Truong e quest'ultimo scelse come consigliere americano l'allora maggiore H. Norman Schwarzkopf (successivamente generale che vinse la Prima Guerra del Golfo, nel 1991) che definì il colonnello Truong "il più brillante comandante tattico che abbia mai incontrato.". Ebbene, Truong, impiegando sapientemente le sopraccitate truppe di élite sudvietnamite, completò il lavoro della 1ª divisione di cavalleria aviotrasportata degli Stati Uniti ottenendo una vittoria decisiva annientando la rimanente parte delle forze nordvietnamite (reinventò la tattica adottata nel 217 a.C. da Annibale quando aveva accerchiato e annientato le legioni romane sulle rive del Trasimeno).[68]

Il 27 novembre le operazioni erano ormai terminate e la cavalleria aerea si era completamente ritirata ad An Khe, mentre i sopravvissuti dei reparti nordvietnamiti, dopo aver gettato le armi fuggirono nella vicina Cambogia al riparo da interventi americani, impossibili per ragioni di alta politica internazionale[69]. I comandi americani non mancarono di addossare a queste importanti limitazioni operative molte delle loro difficoltà strategiche sul campo.

Dal punto di vista americano, gli eventi accaduti nella valle di Ia Drang, pur se caratterizzati dalla sorprendente durezza dei combattimenti e dalle crudeli e inattese perdite umane subite, furono comunque almeno in parte positivi: in questi scontri erano stati uccisi infatti anche molti soldati nordvietnamiti, erano state disorganizzate diverse grandi unità del Vietnam del Nord e, soprattutto, era stato vanificato il tentativo del nemico di "dividere in due" il Vietnam del Sud, permettendo alla 1ª Divisione di Cavalleria aerea statunitense di abbandonare in sicurezza il settore degli altipiani e di impegnarsi in nuove offensive sempre nella zona del II Corpo, ma spostando il baricentro delle successive operazioni nella provincia costiera di Binh Dinh, ad est di Pleiku.[70]

Anche le successive operazioni della cavalleria aerea (Operazione "Irving" e soprattutto "Operazione Masher"), che si sarebbero svolte in questa provincia costiera, sarebbero state caratterizzate nuovamente (come nella Valle di Ia Drang) da aspri scontri contro l'insidioso nemico (battaglie di Bong Son e Cu Nghi), da pesanti perdite per entrambe le parti e da risultati solo momentaneamente favorevoli alle forze americane.[71]

Risultati e conseguenze

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Gli scontri avvenuti nel 1965 nella provincia di Pleiku e la battaglia di Ia Drang mantengono una grande importanza storica nel quadro complessivo della guerra del Vietnam, prefigurando i combattimenti degli anni successivi, mostrando per la prima volta i nuovi metodi operativi americani e le tattiche adottate dai nordvietnamiti per controbatterli, e dando una prima drammatica dimostrazione dell'asprezza degli scontri, delle perdite e dell'indubbio valore combattivo delle due parti.[72]

Gli elicotteri del servizio sanitario (missioni medevac) furono fondamentali per la pronta evacuazione dei feriti durante tutta la guerra del Vietnam.

La campagna di guerra nella provincia di Pleiku evidenziò alcuni grandi vantaggi conseguiti dagli americani con il loro audace impiego della mobilità aerea e con la loro innovativa costituzione di unità altamente mobili e pesantemente armate, sia in compiti di difesa e soccorso sia in ambiziose operazioni offensive nel cuore del territorio nemico.

Riguardo ai compiti difensivi, ormai da alcuni anni era divenuto chiaro ed evidente che i campi, allestiti in aree desolate e impervie dai consiglieri americani delle Forze Speciali con l'aiuto delle popolazioni locali "montagnards", per l'autodifesa dei villaggi erano particolarmente vulnerabili ad attacchi decisi da parte del nemico, in quanto distanti dalle basi delle unità regolari, con le conseguenti difficoltà logistiche per sostenere le deboli guarnigioni isolate. L'uso dell'elicottero da parte delle unità di sostegno effettuato durante la campagna di Ia Drang dimostrò invece che era possibile trasferire contingenti importanti di truppe in modo rapido ed efficace.

Soprattutto, questa battaglia dimostrò che una forza mobile dotata intrinsecamente degli elicotteri necessari al proprio movimento, quando impiegata nei confronti di un nemico a cui mancava la superiorità aerea, aveva straordinarie capacità di ricognizione e intervento offensivo, consentendo di coprire aree di terreno molto vaste; inoltre le tattiche di mobilità aerea con elicotteri permettevano quasi sempre di rinforzare e sostenere unità in difficoltà, grazie all'afflusso tempestivo di nuovi reparti da combattimento direttamente nel pieno dell'azione.
L'uso degli elicotteri "cannoniera" si dimostrò spesso decisivo sia per azioni di fuoco di supporto all'artiglieria, che per interventi a sostegno delle truppe. Le truppe a terra, anche quando isolate e attaccate in forze dal nemico, potevano sempre contare su un tempestivo appoggio aereo, richiesto con un'affidabile ed efficace procedura via radio.

I soldati della cavalleria aerea, pur inesperti, si dimostrarono valorosi ed efficienti, battendosi strenuamente, spesso in condizioni difficili e su un terreno sconosciuto e ostile, contro la coraggiosa fanteria nemica; pur con il fondamentale sostegno dell'artiglieria, dell'aviazione e degli elicotteri armati, i cavalleggeri del cielo si dimostrarono formidabili combattenti e inflissero gravi perdite al nemico durante gli spesso drammatici scontri ravvicinati, senza perdere la coesione e la disciplina dei reparti.[73]

Da questo momento in poi, oltre che nella 1ª Divisione di Cavalleria Aerea, gli elicotteri sarebbero stati inseriti organicamente anche nella 101ª Divisione aviotrasportata (di cui era presente in Vietnam solo la 1ª Brigata, almeno fino al 1967, quando arrivò il resto della divisione) e nella 173ª Brigata aviotrasportata, oltre a venire inquadrati in gran numero nella 1ª Brigata Aerea dell'Esercito e nei vari reparti di Marines, ed essere distribuiti su tutto il territorio sudvietnamita a sostegno delle altre unità da combattimento che non avevano una dotazione organica di elicotteri di proprio utilizzo esclusivo (nel momento di massimo impiego, in Vietnam erano disponibili oltre 5 000 elicotteri americani[74]).

Tuttavia la battaglia di Ia Drang rivelò anche i punti deboli delle tattiche della cavalleria aerea e i problemi di combattere comunque, dopo aver abbandonato i mezzi ad ala rotante, in aree impervie e selvagge contro un nemico coraggioso e combattivo dovendo mantenere necessariamente il controllo della zona di atterraggio degli elicotteri[75]. Il valore e l'aggressività dei nordvietnamiti impressionò le truppe americane[76], ed anche la loro capacità di cogliere di sorpresa il nemico, e di affrontare sanguinosi scontri a distanza ravvicinata sfruttando la potenza di fuoco delle loro armi leggere di fanteria, infliggendo dure e impreviste perdite ai soldati americani.[4]

Da sinistra a destra: Dean Rusk, Segretario di Stato, il Presidente degli Stati Uniti Lyndon Johnson e il Segretario alla Difesa Robert McNamara. Fin dalla battaglia di Ia Drang i dirigenti americani compresero la difficoltà del loro impegno in Vietnam.

Da parte loro, i nordvietnamiti impararono che affrontare apertamente le unità americane voleva dire esporsi al loro tiro d'artiglieria, agli attacchi dell'aviazione statunitense e degli elicotteri "cannoniera" disponibili con la cavalleria aerea: a differenza dei francesi nella guerra d'Indocina, l'Esercito americano aveva molti più mezzi (alcuni anche abbastanza rivoluzionari) e procedure di intervento molto più efficaci.

Nel caso in cui fossero stati costretti a un confronto diretto o avessero deciso di sferrare attacchi a importanti reparti nemici, i nordvietnamiti si impegnarono costantemente a ricercare il combattimento ravvicinato, quasi a contatto con le truppe nemiche, per evitare il più possibile la reazione avversaria costituita da tiri d'artiglieria e bombardamenti aerei: in questo modo infatti si aumentava il rischio, per gli americani, di colpire anche le proprie truppe.

Durante tutta la guerra, i Vietcong e l'Esercito nordvietnamita preferirono sempre evitare gli scontri prolungati convenzionali di grandi dimensioni (a meno di esservi costretti perché impegnati e sorpresi dall'aggressivo utilizzo degli elicotteri da parte americana) preferendo invece: sferrare rapidi attacchi di sorpresa a reparti isolati americani avventuratisi in territori disagevoli o sconosciuti; operazioni "mordi e fuggi" effettuate da piccole unità in grado di "svanire" nella giungla o tra la popolazione dei villaggi; bombardamenti di artiglieria prolungati su basi di fuoco o campi speciali americani; o infine attirare le forze nemiche contro posizioni fortificate accuratamente mascherate nella giungla da cui sorprendere le pattuglie americane e infliggere perdite per poi effettuare una rapida ritirata tattica.[77]

Con queste tattiche efficaci l'esercito nordvietnamita e i reparti vietcong riuscirono sorprendentemente a mantenere sempre l'iniziativa e a guidare l'andamento dei combattimenti e il tasso di perdite inflitte e subite; mentre le forze americane, dalla straripante superiorità tecnologica, apparentemente sempre strategicamente all'offensiva, dovettero sistematicamente subire le sorprese tattiche sul terreno del nemico.[78]

Le forze nordvietnamite e vietcong impiegarono queste tattiche e queste modalità operative in modo sistematico fino al gennaio 1968, quando sferrarono di sorpresa la clamorosa Offensiva del Têt che coinvolse la maggior parte delle regioni e dei centri urbani del Vietnam del Sud e diede luogo a combattimenti furiosi, a pesanti perdite per entrambe le parti; e segnò una svolta politica e psicologica (se non militare) decisiva per l'esito finale del conflitto[79].

  1. ^ Moore e Galloway, Nessuno ha lasciato il Vietnam, p. 22; Schwarzkopf, Non ci vuole un eroe, p. 136.
  2. ^ Moore e Galloway, Nessuno ha lasciato il Vietnam, p. 22; AA. VV., NAM. Cronaca della guerra in Vietnam, p. 37; Stanley Karnow, "Storia della Guerra del Vietnam", p. 315.
  3. ^ Moore e Galloway, Nessuno ha lasciato il Vietnam, p. 22.
  4. ^ a b Moore e Galloway, Nessuno ha lasciato il Vietnam, p. 62.
  5. ^ Karnow, Storia della guerra del Vietnam, p. 276.
  6. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 19-26.
  7. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, p. 233.
  8. ^ Petacco, Corpi di élite, pp. 35-40.
  9. ^ Petacco, Corpi di élite, pp. 35-40; AA. VV. NAM. Cronaca della guerra in Vietnam, p. 39.
  10. ^ AA. VV. NAM. Cronaca della guerra in Vietnam, p. 39.
  11. ^ AA. VV. NAM. Cronaca della guerra in Vietnam, p. 39; Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, p. 446.
  12. ^ Karnow, Storia della guerra del Vietnam, pp. 252-259.
  13. ^ a b AA. VV., NAM. Cronaca della guerra in Vietnam, p. 7.
  14. ^ AA. VV., NAM. Cronaca della guerra in Vietnam, p. 83.
  15. ^ Petacco, Corpi di élite, pp. 34-35.
  16. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 22-23.
  17. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 38-39.
  18. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 64-66; Moore e Galloway, Nessuno ha lasciato il Vietnam, pp. 60-62.
  19. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, p.64.
  20. ^ Schwarzkopf, Non ci vuole un eroe, pp. 119-130. Il futuro generale Schwarzkopf prese parte ai combattimenti come consigliere militare della Brigata aviotrasportata sudvietnamita.
  21. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 60-63.
  22. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, p. 41.
  23. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam; pp. 41-42; Petacco, Corpi di élite, p. 35..
  24. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, p. 42.
  25. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 42-43.
  26. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 45-46.
  27. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 28-36.
  28. ^ Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, pp. 437-438.
  29. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 65-66.
  30. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, p. 49
  31. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 49-55.
  32. ^ Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, pp. 438-439.
  33. ^ Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, p. 438.
  34. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 56-66.
  35. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 78-82.
  36. ^ Petacco, Corpi di élite, p. 37.
  37. ^ Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, pp. 439-440.
  38. ^ Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, p. 440.
  39. ^ Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, p. 440; Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 86-106.
  40. ^ Moore e Galloway, Nessuno ha lasciato il Vietnam, pp. 28-29.
  41. ^ a b Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, p. 441.
  42. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 111-135.
  43. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 13-18.
  44. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 161-174; Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, pp. 441-442.
  45. ^ a b Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, p. 442.
  46. ^ a b Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, p. 443.
  47. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, p. 191,
  48. ^ Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, pp. 442-443.
  49. ^ Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, p. 442; Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 187-197.
  50. ^ Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, p. 443; Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 198-208.
  51. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 208-209.
  52. ^ Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, pp. 443-444.
  53. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, p. 216.
  54. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 233-235.
  55. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 234-236.
  56. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, p. 247.
  57. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 245-246.
  58. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 246-267.
  59. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, p. 256.
  60. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 273-279.
  61. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, p. 323.
  62. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, p. 330.
  63. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, p. 245. In assoluto il giorno con più perdite per le forze armate americane durante la guerra del Vietnam fu il 31 gennaio 1968 (primo giorno dell'offensiva del Têt) con 246 morti in totale su tutto il teatro delle operazioni.
  64. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, p. 9.
  65. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 352-353.
  66. ^ Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, pp. 443-445.
  67. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 326-327; Schwarzkopf, Non ci vuole un eroe, pp. 137-139.
  68. ^ Generale H. Norman Schwarzkopf, Non ci vuole un eroe, p. 137, 138 e 139.
  69. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 354-355.
  70. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 355-356.
  71. ^ Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, pp. 445-450.
  72. ^ Moore e Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, pp. 5-9 e 351-353.
  73. ^ Petacco, Corpi di élite, pp. 37-40.
  74. ^ AA. VV., Guerre in tempo di pace dal 1945, p. 208.
  75. ^ AA. VV., NAM. Cronaca della guerra del Vietnam, p. 17.
  76. ^ Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, pp. 444-446.
  77. ^ AA. VV., NAM. Cronaca della guerra in Vietnam, pp. 300-304.
  78. ^ Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, p. 529.
  79. ^ Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, pp. 558-563.
  • AA. VV., Guerre in tempo di pace dal 1945, Novara, De Agostini, 1983.
  • AA. VV., NAM. Cronaca della guerra in Vietnam, Novara, De Agostini, 1988.
  • Stanley Karnow, Storia della guerra del Vietnam, Milano, Rizzoli, 1985. ISBN 88-17-33463-4.
  • Harold Gregory Moore e Joseph Lee Galloway, Eravamo giovani in Vietnam, Casale Monferrato, Piemme, 2002. ISBN 88-384-6999-7.
  • Harold Gregory Moore e Joseph Lee Galloway, Nessuno ha lasciato il Vietnam, Milano, Piemme, 2009. ISBN 978-88-566-0476-4.
  • Arrigo Petacco (a cura di), Corpi di élite. Uomini, armi, reparti speciali, Novara, De Agostini, 1986-1988.
  • Herbert Norman Schwarzkopf, Non ci vuole un eroe, Milano, Mondadori, 1992. ISBN 88-04-36278-2.
  • Neil Sheehan, Vietnam. Una sporca bugia, Milano, Piemme, 2010. ISBN 978-88-566-1396-4.

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